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Difendere la libertà, sostenere la responsabilità

Nota: abbiamo inserito solo oggi, 9 giugno, questo testo poichè, pur trattandosi di un importante discorso, esso faceva parte della campagna elettorale delle elezioni europee.

“Difendere la libertà, sostenere la responsabilità”

Palasharp di Milano, 18 maggio 2009
Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà

Che nesso ha quello che abbiamo detto finora con il voto di Mauro e con le elezioni europee? Secondo me, se non riusciamo a capire esistenzialmente che cosa c’entra possiamo fare un gesto un po’ distratti, senza verve e quindi anche l’effetto non sarà grande.
Io quando penso alla politica non posso dimenticarmi, lo ripeto sempre, il percorso di metodo che ha fatto Giussani ventidue anni fa ad Assago a quel congresso della DC parlando delle necessità politiche, sociali o delle imprese. E’ partito dall’esperienza elementare. E’ partito dal fatto che ognuno di noi è fatto, come abbiamo sentito tante volte, di esigenze ed evidenze strutturali che costituiscono la natura di ogni uomo: il suo desiderio di verità, giustizia, bellezza, felicità e amore. Questa è la questione fondamentale, perché si può parlare di valori o di diritto naturale, ma se uno non sente questo se ne frega del diritto naturale, del diritto alla vita e di tutto. Se uno non sente questo se ne frega dello sviluppo e fa i cavoli suoi, se ne frega del bene comune, se ne frega della cittadinanza, se ne frega delle elezioni europee. D’altra parte l’Irlanda quando ha fatto i soldi ha smesso di essere cristiana. E la Polonia quando ha iniziato ad esser libera ha cominciato ad essere meno cristiana. Quindi capite che se si perde l’esperienza elementare, si può anche diventare ricchi ma si diventa anche cretini, il che non è il massimo della vita.
Allora questo è il problema, perché per don Giussani lo sviluppo, lo stesso sviluppo economico, è radicato in questo. Lui parla del desiderio come la radice dell’azione economica, sociale e politica dell’uomo in quella famosa frase che dice: “Il desiderio è come la scintilla con cui si accende il motore. Tutte le mosse umane nascono da questo fenomeno, da questo dinamismo costitutivo dell’uomo. Il desiderio accende il motore dell’uomo, che allora si mette a cercare il pane, l’acqua, il lavoro, la donna, una poltrona più comoda, un orologio più decente, si interessa come mai taluni hanno e altri non hanno, come mai certi sono trattati in un modo e lui no, proprio in forza dell’ingrandirsi, del dilatarsi, del maturarsi di questo stimolo che ha dentro, che la Bibbia chiama globalmente cuore”.
Se non si ha desiderio, quando c’è la crisi si vuole l’aiuto dello Stato, quando c’è la difficoltà si vuole qualcuno che venga a tutelarci. Non si ha il coraggio di tirar su le maniche e di fare, come si è fatto in tutta Europa dopo il crollo della guerra: cominciare a rimboccarsi le maniche e lavorare. Mettersi insieme come è nata l’Europa è stato un miracolo: sei paesi che si sono scannati a vicenda che si sono messi insieme, non è mai successo nella storia del mondo. Dopo pochi anni è nata l’Unione del carbone e dell’acciaio. Si sono messi insieme dei popoli che si erano ammazzati perché questo desiderio e quello che questo desiderio porta, il riconoscimento della presenza cristiana nel mondo, di qualcuno che si è detto Dio e che vive tra noi, questo motivo ha messo insieme i popoli. Senza questo non c’è niente. E noi abbiamo a cuore che ci sia questo, perché altrimenti anche adesso nella crisi ci lamentiamo, come fanno tanti, o riduciamo la crisi a un problema di meccanismo e non a un problema di uomo che si riprende, tira la cinghia, riprende a lavorare, suda, fatica, ma riprende.
Qual è il problema che sottolinea Giussani? Il problema è che non è facile tenere questo desiderio, come in Irlanda, come in Polonia e anche in Italia. Il desiderio vien meno, ci si riduce, si pensa a qualcosa che sia meno dell’infinito: si pensa ai soldi, si pensa a vivere la vita di un amore che non è per tutta la vita, si usa la vita per i propri comodi, si pensa ai soldi non come a un aiuto per aiutare il benessere ma a un motivo di comodo. Si pecca, si fa il peccato che non è una cosa moralistica, è l’idea che si viene meno a questo desiderio.
Cogliendo questo nel Seicento è nata la teoria hobbesiana. È nata l’idea che siccome l’uomo non tiene ci vuole uno stato che ti controlli: ci vuole uno stato di polizia che ti controlli dal punto di vista dell’ordine pubblico e poi ci vuole uno stato che organizzi il benessere. Siccome i ricchi se la prendono con i poveri, ci vuole uno stato che aiuti i poveri. È nata l’idea dello stato moderno, che pian piano ha anche preso l’Unione Europea, che è diventata da quell’ideale iniziale un’enorme burocrazia. Una burocrazia lontana, perché almeno se andate a Roma i palazzi li vedete, ma se andate a Bruxelles non capite neanche i palazzi, non vi fanno neanche entrare, non capite neanche dove vengono fatte le cose, se fate una manifestazione non avete neanche qualcuno davanti a cui manifestare. È un mostro. È il mostro dello statalismo diventato Europa. Più stati ci sono e più diventa statalista. Il suo culmine è stato nell’intervento di Chirac quando attaccò le radici cristiane dell’Europa: l’idea del re Sole, diventato presidente francese, che inneggia allo statalismo come immagine dell’Europa.
Qual è la risposta che dice Giussani rispetto a questo statalismo? I movimenti che educano al desiderio: prima ti fanno vedere questo e quest’altro, ti fanno vedere uomini che il loro desiderio ce l’hanno e quando cadi ti correggono. Ti educano e ti correggono, ti fanno riprendere. È la differenza tra il padre che ti dice “Guarda che è meglio vivere così” e quello che non ti fa uscire di casa fino a 25 anni perché sennò chissà dove vai e non si fida di te.
La concezione che c’è oggi della politica e dell’Europa è uno che non ti fa uscire di casa perché non si fida. La concezione di un movimento è uno che dice: ti sfido ad essere più uomo. E come lo fa? Con opere: tentativi di risposte organiche ai bisogni. C’è la povertà? C’è il Banco Alimentare. C’è la crisi dell’economia? Fai la fiera dell’artigianato. Sei un catanese che arriva a Dublino? Metti su una scuola di inglese a livello mondiale… è un modo dinamico. Pensate che negli anni scorsi hanno cercato di dirci che doveva esserci l’io e lo stato, altrimenti qualsiasi cosa c’era di mezzo, movimenti e opere erano un intrallazzo. Hanno cercato di uccidere la possibilità di redenzione morale di un popolo e di popoli con l’idea della moralità, e continuano a dirlo. Noi invece diciamo: ci vogliono movimenti per tirare su un popolo, un popolo europeo che è nato da queste cose.
Arriviamo all’Europa, arriviamo a Mario Mauro. Un’Europa intelligente dice: “Io voglio tante opere, tanti movimenti, voglio in questo pluralismo che è l’Europa di unità questa capacità di risollevarsi, questo modo di autoriprendersi”. Invece l’unica sussidiarietà riconosciuta è quella di Maastricht, la sussidiarietà verticale per cui l’Europa non decide quando decidono gli stati. Ma l’idea di sussidiarietà orizzontale, cioè di valorizzazione di questo dinamismo che è la nostra forza, che è la forza dell’Europa dei popoli, tende a svanire.
Faccio tre esempi:
1) i diritti fondamentali. Nel ’48 a livello internazionale era stato riconosciuto il fatto che, anche in termini laici, c’erano dei diritti fondamentali dell’uomo: la vita e il rispetto della vita in tutti i suoi fondamenti. Invece quest’Europa è diventata il relativismo, l’idea che non c’è un uomo con una sua esigenza elementare che fonda una concezione di amore alla vita dal concepimento alla nascita. Un tentativo di relativismo che attraverso l’Europa o la Corte europea cerca di arrivare agli stati dall’alto.
2) il welfare di stato. Il ribadire che di fronte al problema della scuola, dell’assistenza o della sanità è lo stato e le organizzazioni sovranazionali che rispondono a questo bisogno, invece di esempi, pensate alla Lombardia, come i voucher, le doti, una sanità libera e la possibilità di autorganizzarsi.
3) l’economia sociale della piccola e media impresa. Se non veniva la crisi in Europa erano già pronti a votare le leggi contro le banche popolari o il no-profit, con l’idea che c’è o lo stato o il liberismo selvaggio di tipo finanziario.
Si potrebbe andare avanti con gli esempi: un’Europa che è egoista verso il resto del mondo. Il motivo per cui emigrano dall’Africa è il neocolonialismo dei paesi europei, che hanno sfruttato l’Africa fino a farli morire e per questo hanno creato i flussi migratori.
Qual è la risposta di fronte a questo? Saremmo utopistici se avessimo un progetto teorico. Anche qui per noi vale l’idea del testimone: gente che in quelle istituzioni dimostri una diversità in atto, quella testimonianza che sembra nulla ma che nel tempo fa il cambiamento dei popoli. Noi crediamo nella testimonianza, anche in politica, nell’esempio, nella modalità con cui le coscienze riprendono secondo tutto questo percorso educativo dall’esperienza elementare.
Questa, secondo me, è un’occasione storica perché abbiamo un candidato che in questi anni è stato un po’ diverso: se ne è andato in giro per il mondo, non nelle grandi capitali del lusso, ma a fare le missioni sui perseguitati e ad andare a vedere i paesi subsahariani o dove i cristiani erano perseguitati. Occuparsi di tanti luoghi dove questa esperienza di base esisteva. Oggi quest’uomo è candidato ufficialmente alla presidenza del Parlamento Europeo. È quindi un’occasione storica, perché che sia candidato uno così vuol dire la possibilità che uno che gioca l’esperienza elementare, che vive la fede si metta al centro di queste istituzioni e sia quindi un esempio che tutti possono vedere. È una cosa per cui vale solo questo per vivere una vita. Vi rendete conto di che occasione storica abbiamo? È un’elezione particolare perché è come se fosse uno che ha questa domanda, questa esigenza, questo desiderio e la può giocare al centro delle istituzioni. Per questo motivo, queste elezioni sono il nesso con i desideri più profondi che abbiamo, con la fede che abbiamo. È una piccola battaglia di Lepanto o sotto le mura di Vienna.
Se crediamo in quel che crediamo, se difendiamo ogni giorno questo desiderio, se vogliamo che queste opere crescano (non le nostre opere), le opere di tutti, il desiderio di tutti, la libertà di tutti allora non possiamo che sperare e forzare che un candidato del genere abbia il massimo del successo. Perché per una volta, al centro delle istituzioni, ci sia uno che vive la politica come vivrebbe la famiglia, il desiderio, la vita sociale e la fede.